Capitolo I

Ricordi del passato

«Ehi! Svegliati!»
Quelle parole mi esplosero in testa.
«Sono sveglio» risposi con voce roca, ancora addormentata.
«Tutto bene?»
La testa mi scoppiava, sembrava mi avessero bucato il cranio con un trapano. Cercai di riordinare le idee, trattenendo il senso di nausea che mi stringeva lo stomaco.
«Più o meno» dissi, con tono sottile.
La voce di chi aveva parlato, maschile e bassa, non mi era famigliare. Cosa sta succedendo, sto sognando? pensai confuso. Aprii gli occhi a fatica e mi guardai attorno, ma con scarsi risultati. La vista era annebbiata, sfocata.
«So cosa stai pensando.» Le mie riflessioni furono interrotte da quella voce. «No, non hai bevuto troppo» disse ridendo «e no, non stai nemmeno sognando… purtroppo.» Poi tornò seria. «Sono Markus Runks, ma puoi chiamarmi Mark. Qual è il tuo nome, amico?»
Iniziava a tornarmi la vista e subito mi resi conto di essere in una sorta di stanza ospedaliera. Ero sdraiato su un lettino rigido e stretto, non particolarmente comodo. Il soffitto era di un bianco accecante, monocorde, senza la minima variazione. Sedendomi, notai una figura china sul bordo della brandina accanto alla mia: Markus era un ragazzo robusto, con gli occhi azzurri, e aveva una strana garza gelatinosa e trasparente, dalle sfumature bluastre, che gli avvolgeva la testa, come una sorta di turbante.
«Puoi chiamarmi Leon…» cominciai a rispondere, a fatica, ma una fitta alla testa mi interruppe. Appoggiando la mano sulla fronte, mi accorsi di avere una medicazione simile a quella del mio compagno di stanza.
«Piacere di conoscerti, Leon. Come ti senti? Immagino tu sia disorientato e dolorante.»
«Sto bene, grazie… Ho solo un leggero mal di testa.» Rimasi in silenzio qualche minuto, cercando di ricordare. «Dove mi trovo? Cos’è successo?» domandai allora. Mille domande mi correvano per la testa, ma con quell’emicrania pensare era troppo complesso.
Mi massaggiai delicatamente gli occhi, dopodiché mi guardai intorno cercando qualche indizio per capire cosa stesse accadendo. La stanza era pressoché vuota, le pareti spoglie e lisce, non si riusciva neanche a individuare una porta o una finestra. Notai solo un paio di mensole e degli armadietti, anch’essi bianchi. Girandomi verso il ragazzo, chiesi: «Sai dove ci troviamo?».
Markus fece un sorriso che mostrava più preoccupazione che serenità. Stava per rispondere, quando una minuscola parte della parete si mosse rivelando un accesso. Una piccola creatura, non più alta di un metro, entrò a passo svelto, avvicinandosi a noi. La osservai mentre avanzava: era molto minuta e con una strana conformazione del cranio, più grande del normale; la fronte era allungata e accentuata, e i pochi capelli lunghi e spessi, simili ad antenne bluastre, ondeggiavano lentamente, raccolti in una coda di cavallo. La creatura sembrava non avere occhi da quanto questi erano stretti, e anche il naso e la bocca, per quanto visibili, risultavano molto piccoli.
«Hai ripreso coscienza, molto bene! Riesci a capire ciò che sto dicendo?» disse, con voce femminile, fermandosi davanti al mio letto.
Guardai Markus per un istante, interdetto, dopodiché osservandola risposi: «Sì… riesco a capirla».
Avevo molte domande da porle, ma mi confondeva e incuriosiva al punto che non riuscivo più a parlare. Mentre cercavo di prendere coraggio e di aprir bocca, la creatura sfilò da sotto al lettino un dispositivo elettronico, simile a un tablet. Per qualche secondo lo studiò, poi lo ripose e, andandosene, ci raccomandò di riposare.
Appena uscì dalla stanza, la mia confusione fu sostituita da un unico pensiero: Quella non è umana! Ma chi è? Dove siamo? Che sta succedendo?. Agitato, cercai di scendere dal letto, ma le parole di Markus mi bloccarono.
«È meglio se resti seduto ancora un po’, amico, hai appena subito un’operazione.»
«Un’operazione?» esclamai, spaventato. «Abbiamo avuto un incidente?»
«Non proprio, ma non ti preoccupare: a breve ricorderai tutto. Parlami di te. Da dove vieni? Cosa fai nella vita? Dimmi cosa ricordi… Ti aiuterà a recuperare la memoria.»
Non so esattamente perché, ma la voce di Markus mi tranquillizzava. Alla lontana mi ricordava quella di un vecchio amico d’infanzia.
«Sono uno studente universitario. Ho passato gran parte della mia vita in palestra a praticare arti marziali e abito in un piccolo paese del Nord Italia, vicino a Milano.» Rimasi qualche secondo in silenzio, immerso nelle memorie che stavano affiorando, poi continuai. «Tu, invece?»
«Ah, bella l’Italia! Io vengo da New York, la Grande Mela. Sono un ingegnere, inventore, armaiolo… playboy e filantropo!» ribatté il ragazzo, scoppiando a ridere.
«E magari hai anche un’armatura di ferro, eh?» domandai, ironico.
«Citazione colta! Sei un amico nerd, dunque!»
«Diciamo di sì… Quindi di che ti occupi? Oltre a sconfiggere il male con i vendicatori, intendo.»
«Ero un contabile, in banca. Una vita piena di emozioni» rispose, ridendo.
«Be’, dai, ogni lavoro è un buon lavoro, se fatto con passione! O almeno, così dicono» replicai, divertito. «Parli bene l’italiano, lo hai studiato o sei stato in Italia per lavoro?»
«Non per vantarmi, ma parlo correttamente tutte le lingue conosciute dell’universo» esclamò allegro.
«Beato te. Io non conosco a fondo neanche la mia lingua, figurati le altre.»
Markus tornò serio e incrociò le braccia al petto. «Sono sicuro che anche tu ormai sei in grado di comprenderle tutte, dato che non sto parlando in italiano.»
Restai in silenzio qualche istante. Quella frase aveva innescato qualcosa, dentro di me… All’improvviso, come un lampo di luce che illumina una stanza buia, mi tornò in mente ogni cosa: ricordai dove eravamo e persino cosa fosse successo.
«Siamo su una nave spaziale… e abbiamo subìto un’operazione per poter comprendere i vari linguaggi dell’universo…» dissi, con un filo di voce, quasi faticando a crederci.
«Vedo che inizia a tornarti la memoria! Ci hanno sistemato anche qualche piccola imperfezione: vista, udito e via discorrendo… La cosa migliore è che lo hanno fatto gratis! Per fortuna, aggiungo, visto che non credo che la mia assicurazione sanitaria copra queste spese!»
Allora era vero, la persona entrata prima non era umana e neppure un’allucinazione… Tutto iniziava a prendere forma, tutto diventava reale. Ero lì per mia stessa volontà!
Mi tornò in mente il pianto di mia madre il giorno della partenza, la tristezza e la preoccupazione dei miei famigliari e amici, il sorriso forzato che avevo mostrato per cercare di tranquillizzarli. Il destino…
«Sì, ora ricordo, abbiamo accettato noi di venire qui. Ma non dovrebbero esserci anche altre due persone?»
«Esatto! Non so esattamente dove siano, ma presumo siano arrivate a destinazione. Ci hanno separati… A quanto pare, e qui cito le parole del medico, noi avevamo più operazioni da dover fare per essere riparati e ottimizzati.»
«Riparati e ottimizzati… Cosa siamo, macchine?» esclamai, infastidito.
«Dai, non ti offendere, hanno una cultura diversa. Magari per loro è normale parlare così! Comunque, mentre dormivi mi hanno illustrato il funzionamento di questa specie di traduttore. Provo a spiegartelo ma abbi pazienza, non ho capito proprio tutto.»
Feci un cenno con la testa e, incuriosito, mi apprestai ad ascoltarlo.
«A quanto pare è una sorta di stimolatore neurale che amplifica le nostre capacità cerebrali, e in particolare le informazioni che udiamo o vediamo. Ci permette di rielaborarle utilizzando la lingua che conosciamo, di tradurle in modo inconscio e involontario nel nostro idioma… In questo modo, ognuno di noi continua a parlare, pensare, ragionare nella propria lingua, ma chi ascolta percepisce ciò che diciamo nella sua. In alcuni casi, poi, il traduttore ci fa parlare in altre lingue, seppur non ce ne accorgiamo. Ad ogni modo, non è una traduzione letterale, ma di senso. Proprio per questo motivo mi è stato difficile comprendere nello specifico il suo funzionamento… Penso che essendo una tecnologia sconosciuta agli esseri umani, per chiunque di noi sia impossibile capirla appieno senza un’adeguata spiegazione o uno studio approfondito.»
«È davvero incredibile!» esclamai, meravigliato. «E a proposito di capire… c’è ancora un aspetto che non ricordo, ovvero il perché ci hanno presi.»
L’atmosfera scherzosa che c’era stata fino a quel momento improvvisamente scemò e Markus divenne molto serio.
«Ti racconterò ciò che il mio governo mi disse prima di partire. Forse, però, è meglio che tu riposi ancora un po’, prima…»
«Non preoccuparti, sto bene. Mi sembra di aver dormito per giorni!» replicai, stiracchiando i muscoli.
«Quasi cinque, per l’esattezza. Comunque, cercherò di essere sintetico… Svariato tempo fa, alcune forme di vita intelligenti contattarono i nostri governi. Questi ultimi istituirono un ente straordinario chiamato “Organizzazione Mondiale per l’Interazione fra Uomo e Alieno” o “W.O.A.M.I.”, formato da intellettuali, scienziati e uomini di potere di vari Stati del mondo. Costoro erano incaricati della comunicazione con le razze aliene, con lo scopo di ottenere conoscenze. Gli extraterrestri, però, non sembravano intenzionati a stabilire un vero legame: non fornirono nessuna informazione che riguardasse loro o la tecnologia che utilizzavano per muoversi nello spazio. Chiedevano soltanto di poter effettuare delle ricerche su di noi, e in cambio avrebbero concesso all’ente qualcosa che non mi fu rivelato. Probabilmente si trattava di conoscenze tecnologiche che avrebbero permesso al W.O.A.M.I. di guadagnare parecchio dato che, nonostante i rischi, i suoi rappresentanti accettarono… Tuttavia c’era una condizione da rispettare, ovvero che la presenza degli alieni non fosse rivelata al resto della popolazione mondiale per tutto il periodo di ricerca. Dopo quasi un decennio, anche se pare che il primo contatto avvenne circa settant’anni fa, queste entità scelsero quattro individui.»
«Quindi c’era già stato un contatto con loro! La scelta non è stata casuale!»
«Esatto. Be’, da qui in poi dovresti sapere cos’è successo.»
«Sì. Improvvisamente, gli alieni si mostrarono al mondo intero… Fu uno shock per tutti!» ricordai, pensieroso.
«Vero, soprattutto dopo che dissero cosa volevano! Fu molto difficile per i vari governi mantenere il controllo delle popolazioni.»
«È comprensibile. Gli alieni sono comparsi all’improvviso, annunciando una guerra e chiedendo di poter portare via quattro persone senza specificarne il motivo… Hanno avuto parecchio tatto» dissi, sorridendo.
«Hanno chiarito, però, che quella guerra non riguardava noi Terrestri direttamente… Non ancora, perlomeno… e hanno perfino concesso ai quattro prescelti di decidere se andare con loro oppure no. Anche se la stessa possibilità non mi è stata data dal mio paese» ammise Markus, tristemente.
«Sei stato obbligato a venire qui?»
«Già. Gli americani vogliono saperne il più possibile sugli alieni, nonostante non abbiano la certezza di un mio ritorno. Diciamo che mi stanno usando. Ma cosa poteva fare un semplice contabile contro la volontà del suo Paese?» Gli occhi gli diventarono lucidi. «Se devo essere sincero, amico, io non sarei mai voluto venire qui» concluse, mentre una lacrima gli scorreva sulla guancia.
Restammo qualche minuto in silenzio.
Non era una situazione facile per nessuno dei due ed elaborare tutto ciò che stava accadendo richiedeva tempo. Dopo un attimo, Markus si voltò verso di me e chiese: «Tu perché sei qui?».
Ci misi qualche secondo per rispondere. Pian piano i ricordi stavano tornando, ma con loro anche tutte le emozioni provate.
«Per mia scelta, e non è stata una decisione facile… ma non potevo perdere quest’occasione.»
«Quindi sei venuto in cerca di avventura e di fama, o perché non ti piaceva la vita che conducevi sulla Terra?»
«No, assolutamente, non posso lamentarmi della mia vita, ma… non potevo rinunciare» ribadii, guardandolo negli occhi.
Si sta avverando, allora… pensai, malinconico, alzando lo sguardo verso il soffitto bianco.
«Comunque,» riprese Markus «ci sarà un motivo se hanno scelto noi, non credi? Non ho idea di quale sia, ma suppongo riguardi una nostra specifica struttura fisiologica. Altrimenti non avrebbero senso i dieci anni di studi. Anche se non capisco come ci abbiano studiato… Spero non ci rapissero la notte e usassero strane sonde!» disse, ridendo.
«Effettivamente, sarebbe inquietante.»
Avevo risposto a bassa voce, pensieroso, con lo sguardo fisso al soffitto e le mani incrociate dietro la nuca.
Per qualche minuto non parlammo. Entrambi eravamo immersi nelle nostre riflessioni, nei nostri ricordi. Ma il silenzio durò poco. Una voce elettronica, che sembrava uscire dalla parete di destra, ci esortò ad alzarci e a camminare fino alla stanza successiva. Non appena si fu concluso l’annuncio, una nuova sezione del muro si mosse, rivelando un varco. Markus e io ci scambiammo una rapida occhiata e, senza dir niente, ci alzammo. Scendere da quel lettino non fu facile: avevo le gambe intorpidite e camminare mi risultava difficile, anche se dopo tanta immobilità lo trovavo comunque piacevole. Una strana luce proveniva da oltre la porta e, varcata la soglia, Markus e io restammo sbalorditi.
«Un parco!» esclamai, mentre i miei occhi si abituavano a quel verde intenso. «C’è un parco all’interno dell’astronave!»
«Forse lo usano per la riabilitazione post operazione» disse Mark guardandosi attorno, come se stesse studiando il posto. «Ci voleva proprio una camminata in mezzo alla natura, per riprendersi e riordinare le idee, anche se probabilmente tutto questo è artificiale…» Mosse qualche passo, mentre con la mano sfiorava alcuni fili d’erba altissimi, e poi aggiunse: «Ti ricordi il giorno della tua partenza? È passata solo poco più di una settimana, ma sembrano essere trascorsi dei mesi».
Feci un timido sorriso, cercando di nascondere l’ansia che quella domanda scatenava in me. Poi, quasi senza accorgermene, cominciai a raccontare.
«È stato molto doloroso, quel giorno… Faceva caldo, sembrava di essere in estate più che in primavera. Fino all’ultimo istante la mia famiglia ha cercato di dissuadermi dal partire. Effettivamente è stata una scelta molto egoista da parte mia, poiché non ho deciso solo di andarmene, ma anche di abbandonare tutti e forse di non vederli e sentirli mai più. In queste occasioni ci rendiamo conto che la nostra vita non appartiene solo a noi, ma in parte anche alle persone che ci vogliono bene…» Sospirai, stringendo i pugni. «Nonostante tutto, però, non mi sono lasciato convincere e ho deciso di partire lo stesso. I miei parenti mi hanno accompagnato nel luogo stabilito, uno spazio isolato, nascosto in mezzo a un boschetto con un piccolo stagno, a pochi chilometri da casa mia. Mi capitava spesso di andare lì ad allenarmi o a rilassarmi, prima di tutto questo.» Socchiusi un attimo gli occhi, ripensando a quegli alberi, al silenzio che li ammantava. «Era il posto ideale per evitare che si radunassero troppi curiosi. Ad aspettarmi c’era solo un veicolo cilindrico di pochi metri, grigio metallizzato, appoggiato a terra con quattro piccoli sostegni. Aveva il portellone aperto, come per invitarmi a entrare. Non c’era nessuno, nessun alieno, nessuna creatura… È stato uno dei momenti più tristi della mia vita. Ma, nonostante l’ansia e la paura, ero anche molto eccitato e incuriosito. Tra abbracci e pianti, ho salutato tutti e mi sono avvicinato al portellone. Non vedevo nulla all’interno… Allora mi sono voltato e con il braccio ho fatto un ultimo cenno di saluto, sforzandomi di mantenere il sorriso, dopodiché sono entrato.» Gli occhi mi si riempirono di lacrime ricordando quel momento. «Subito sono stato raggiunto da due creature molto alte, dalle sembianze umanoidi, che si tenevano coperte per celare il loro aspetto. Mi hanno accompagnato in una stanzetta spoglia, lasciandomi da solo per qualche tempo. Quando sono tornate, mi hanno consegnato dei fogli, delle pastiglie e una bottiglia di un liquido che sembrava acqua. Sui documenti c’erano scritte delle istruzioni nella mia lingua… Mi consigliavano di assumere tutte quelle sostanze per sopportare il decollo e mi spiegavano che, una volta partiti, mi avrebbero sottoposto a una serie di analisi e operazioni per prepararmi al meglio a questo viaggio. Ero talmente agitato in quel momento che, senza pensarci due volte, ho ubbidito. Il resto lo sai… mi sono risvegliato “ottimizzato”, citando le loro parole.» Mentre parlavamo, percorrevamo il parco avanti e indietro, iniziando a recuperare sia la stabilità nelle gambe sia i ricordi. L’aria era fresca e l’odore piacevole, era difficile pensare che ciò che ci circondava fosse artificiale e, soprattutto, che ci trovassimo all’interno di una navicella spaziale.
Feci un lungo respiro e poi domandai a Markus: «E tu, ricordi il giorno della partenza?».
Per tutta risposta, lui mi diede qualche pacca sulla spalla, come a volermi tranquillizzare, poi iniziò a raccontare.
«Come sai sono stato costretto ad accettare… Mi hanno costretto a rivelare loro il giorno della partenza e a non dirlo a nessun altro.
Non ho fatto neppure in tempo a salutare tutti i membri della mia famiglia, dato che mi hanno tenuto con loro parecchio tempo prima del viaggio…» disse, con voce soffocata dalla tristezza. «Il luogo della partenza era una nostra base militare. Sono stato accompagnato lì da alcuni agenti del W.O.A.M.I. e dell’esercito, e qualcuno ha perfino cercato di salire sulla navicella con me, ma gli alieni gli hanno proibito l’accesso. I miei superiori mi hanno ordinato di raccogliere più informazioni possibili, ricordandomi che dovevo sentirmi onorato di poter servire il mio Paese in tal modo, poi mi hanno lasciato andare. Una volta entrato, ho ricevuto la tua stessa accoglienza, anche se le “mie” creature incappucciate erano estremamente basse. Ho riletto le carte almeno venti volte prima di prendere coraggio e ingerire quelle pillole, e poi mi sono svegliato, tre giorni prima di te. Ti dirò la verità, amico, sono stati i tre giorni più lunghi della mia vita. Chiuso in una stanza vuota, confuso e con un compagno in coma. In situazioni come queste, avere troppo tempo per riflettere è negativo.»
Continuammo a camminare nel parco. Anche se mi ero accorto che l’erba era sintetica, la trovavo comunque piacevole e rasserenante.
Dopo qualche tempo, fummo raggiunti da quella specie di infermiera che ci aveva assistito in precedenza.
«Percepisco che vi siete rimessi» disse. «Le vostre operazioni sono state un successo, in poco tempo dovreste raggiungere la forma ottimale. Quando lo desiderate tornate nella vostra stanza: troverete del cibo, che vi aiuterà a recuperare le forze. Tra non molto arriveremo a destinazione e inizierete subito l’addestramento.» Finito di parlare se ne andò, con la stessa rapidità con cui era giunta, senza darci il tempo di replicare. Facemmo un ultimo e silenzioso giro in quel parco stupendo e poi rientrammo.
Tornati nella nostra stanza, notammo le stesse sostanze dateci alla nostra partenza, piccole pastiglie nere e bianche affiancate da una bottiglietta con un liquido trasparente.
«Spero non sia sempre così il cibo da queste parti» dissi, ridendo, con un’occhiata al mio compagno. Dopo aver ingerito le pillole mi sdraiai sul lettino… Gli occhi fissavano il candido soffitto, mentre pian piano la vista si offuscava.
Chissà cosa ci aspetta, pensai, con un brivido.
Il mio viaggio era iniziato.

Vuoi saperne di più ?